Oggi la signora Angela Scimè compie cento anni!
Di tutto cuore le rivolgiamo un augurio sincero perché la vita possa concederle solo gioie.  Nacque all'alba del 26-06-1906. Il padre si chiamava Scimè Francesco, la madre Spoto Concetta. Ottava di nove figli visse la sua infanzia serenamente, anche se la famiglia, come del resto quasi tutte le famiglie di allora, si dibatteva e versava in notevoli ristrettezze economiche. Conobbe presto, forse ancora prima dei dieci anni, il duro lavoro dei campi ove si recava con gli altri fratelli ad aiutare i genitori.
Lo faceva di buon grado, data la sua indole generosa e la sensibilità d'animo che le facevano capire la responsabilità di partecipare alla conduzione della vita della numerosa famiglia. Allora l'esigenza primaria era quella di sfamare e far crescere i figli nella correttezza, nell'onestà, nel rispetto estremo dei genitori e nell'osservanza dei propri doveri. E in questo la signora Angela si distinse, per le sue energie, le sue tanti doti, la sua abnegazione, il quotidiano sacrificio , la spiccata intelligenza. Non conobbe i giochi normali che fanno spensierata l'adolescenza e intraprendente la gioventù. Simile ad un personaggio verghiano si abituò senza mai protestare, ad un lavoro duro, costante e poco remunerativo. Ma gli occhi le brillavano di gioia perché sapeva che le sue fatiche non erano vane, anzi contribuivano ad alleviare quelle dei genitori. Conobbe ben presto, appena adolescente, l'esperienza un po' amara di andare allogata nei lavori di campi: seminare fave e frumento con il vento gelido di tramontana che t'intirizziva il corpo, inzuppata di pioggia all'improvviso giungere di violenti acquazzoni autunnali che ti scuotono interamente procurandoti improvvisi tremori per l'arrivo della febbre. Trascorso l'inverno, giungeva la dolce stagione primaverile, annunciata dal profumo dei gigli, dal colore delle rose appena sbocciate, da un tepore nuovo. Ma il lavoro dei campi non si interrompeva.
Le fave venivano ripulite dalle erbacce e i campi di grano, le spighe mature, ondeggiavano al lieve vento di ponente come le onde del mare che Angela non conosceva. Giungeva il tempo della mietitura e poi quella della trebbiatura del grano. Angela lavorava con la falce lucente e con un largo cappello di paglia per difendersi dal dardeggiare dei raggi del sole nel mese di luglio.
I muli avevano pestato le spighe nell'aia e i contadini avevano separato con i tridenti e con il vento la paglia dal frumento che giaceva ammucchiato, pronto per essere portato a casa. Si dormiva nell'aia, sopra la paglia e chissà cosa passava per la mente alla giovane Angela quando sotto un ciclo stellato, fissava la luna che sembrava immobile e illuminava poggi e vallate. Forse pensava alle sue amiche, alla vastità del mondo, a ciò che sarebbe stato di lei da grande, cosa le avrebbe riservato la vita. In lontananza qualche cane abbaiava. Accanto percepiva il russare dei fratelli e dei genitori e nel segno della croce, stanca si addormentava. Giungeva il tempo della bacchiatura delle mandorle, della vendemmia, della raccolta delle olive che certe annate abbondanti si prolungava oltre le festività natalizie. A sedici anni le prepararono un incontro con un ragazzo del paese. Gran lavoratore anche lui. Come si suol dire: con la testa sulle spalle. Si chiamava Giovanni Zicari Catania. Il fidanzamento ufficiale seguì i convenevoli dell'epoca. Poche effusioni, pochi incontri ravvicinati, conoscenza delle famiglie e dopo tré mesi fu celebrato il matrimonio. L'abito bianco lo avevano confezionato le sarte del paese. In matrice parenti ed amici, poi a casa per ricevere ceci, pasta e carne. Gli intimi rimanevano a pranzo pregustando le delizie dei maccheroni con la salsa e carne di castrato. Dopo sei anni di matrimonio, in una notte d'inverno, mentre diluviava, Angela rimase vedova.
 Il marito se n'era andato per una di quelle malattie ritenute allora misteriose.
Le rimasero due figlioli: Giuseppe ed Antonella che morirà in tenerissima età di rosolia. Angela soffriva in silenzio il vuoto di un'esistenza che sembrava accanirsi contro di lei. Spesso i suoi occhi s'inumidivano e nel cuore della notte pregava la madonna con tanto fervore.
Non si perse mai d'animo anche se le sue condizioni economiche erano alquanto difficili. A volte le mancavano i denari per comprare il petrolio che serviva ad illuminare la modesta casa. Per sopravvivere dignitosamente si sobbarcò a qualsiasi lavoro purché onesto: allogata nei lavori dei campi, aiutava le vicine a lavare il frumento per poi ricavarne farina e pasta. La baronessa Genuardi s'immedesimò non poco nella situazione della giovane vedova e le donò una salma di frumento, conosceva infatti il giovane Zicari estinto, in quanto lavorava nel suo feudo di "Assolicchialora". Una benefattrice. Angela venne accolta dalla propria madre e questo le procurò un grande sollievo. I fratelli e le sorelle emigrati in America, saputa la triste condizione in cui versava la sorella, cominciarono a mandarle pacchi con indumenti e qualche dollaro. Il marito le aveva lasciato in eredità una mula che lei vendette e con il ricavato compro un telaio per confezionare calze lunghe di cotone. Riusciva a confezionarne fino a quattordici paia al giorno. Angela lavorava dall'alba al tramonto, instancabile, vendeva le calze e portava avanti la famiglia. Un giorno decise di mettere su una piccola bottega per vendere pane, pasta, sapone e scarpe che andava a prelevare in compagnia del giovane figlio Giuseppe in treno a Palermo. Comprava pane, frumento, mandorle che poi rivendeva. Donna molto sagace e intraprendente. Presto imparò a lavorare all'uncinetto, realizzando splendide coperte che vendeva o regalava ai nipoti. Visse come tanti altri il periodo delle due guerre mondiali. Avvertì e ne ebbe tanta paura, il pericolo che incombeva sui suoi familiari e sull'umanità tutta. Per cinquanta anni ha sempre vissuto con il figlio e la nuora. C'è stato sempre molto rispetto, calore, affetto e reciproca comprensione. Madre premurosa e qualche volta apprensiva, quando qualche notte si accorgeva che il figliolo non era ancora rincasato, non esitava a uscire, vestita sempre di nero con in testa un grande fazzoletto, per cercare l'unico figlio Giuseppe. Buona, magnanima, generosa ed affettuosa, ha accudito con estrema dedizione e amore la propria sorella Maria Giuseppa, affetta da disturbi psichici, dopo aver contratto la meningite. Gli anni si sono lentamente ma inesorabilmente accavallati. Per la signora Angela ne sono trascorsi cento. Un bel po' a dire il vero. Ma vedendola da vicino, l'altro giorno, sentendola parlare delle sue cose, degli accadimenti della sua vita, con dovizia di particolari, ascoltandola attentamente mentre mi ripeteva una lunghissima poesia sulla passione di Gesù Cristo e sfiorandole io stesso, per gratitudine, con una carezza le guance ancora morbide, quasi vellutate, non possiamo che compiacerci tantissimo di questa nostra splendida concittadina, nata un secolo fa, che mette a sciorinare i panni al sole, con il suo vestito nero e il largo fazzoletto bianco che le nasconde appena parte della fronte ma non le impedisce l'espressione luminosa e limpida dei suoi occhi che guardano ai giorni che verranno.

Prof. Gaetano Settecasi